ULTIMO AGGIORNAMENTO: 05/01/2004
Un breve excursus sulla storia della crittografia in Francia ci permetterà di capire quali fossero le potenziali conoscenze e le tecniche di crittografia che l’abate Bigou poteva avere a sua disposizione dato che egli è stato indicato come l’estensore materiale delle pergamene.
Sin dal 790 d.C., era conosciuto un sistema che si sa essere stato utilizzato da CARLO MAGNO, anche se qualche dubbio rimane sull’uso
che può averne fatto il famoso sovrano francese in quanto è altrettanto noto come costui abbia imparato a leggere ed a
scrivere solo a cinquant’anni.
In un’epoca in cui l’analfabetismo imperversava - anche tra i personaggi di alto rango - la scrittura era già, di per sé, un
mezzo riservato di comunicazione alle sole persone colte e, in particolare, ai membri più elevati della gerarchia della Chiesa
che, infatti, proibì l’uso dei messaggi cifrati nei quali intravedeva l’opera del demonio.
I dignitari di corte, invece, riservarono l’uso della cifra per i loro compiti di funzionari dello stato e fecero ampiamente uso di
sistemi già noti nell’antichità.
In effetti, il metodo impiegato al tempo di Carlo Magno, era assai semplice in quanto si trattava di un cifrario a sostituzione,
derivato dal codice di Cesare, complicato con artifici particolari come l’uso di punti o segni convenzionali per le vocali, di lettere
diverse da quelle normalmente usate per la scrittura corrente, prese anche da lingue straniere, ed altro ancora.
In quella stessa epoca, poi, in cui era anche difficile esternare liberamente il proprio pensiero, soprattutto in tema religioso - c’era
il rischio di finire sul rogo - gli scrittori presero le loro precauzioni ed utilizzarono la crittografia per nascondere i loro nomi per
negare o rivendicare la paternità dei loro scritti; prese così piede, tra gli eruditi, la tecnica dell’anagramma (ad
esempio François Rabelais = Alcofribas Nasier), mentre i ladri ed i briganti, per essere capiti solo dai loro compari,
inventarono un linguaggio particolare, l’argot (dialetto parigino).
Venne, poi, l’idea di seguire una strada similare, ai fini diplomatici, con l’uso di linguaggi convenzionali o "jargons":
nei crittogrammi i nomi dei personaggi importanti erano designati in modo convenzionale, tratti da un elenco detto "nomenclatore"
o "repertorio". Questo tipo di linguaggio restò in voga sino al XVII secolo: ad esempio per l’ambasciatore di Francia a
Roma, nel 1622, Roma = il giardino, il Papa = la rosa ed i Cardinali della Curia erano designati con nomi di fiori.
È, dunque, dagli scritti diplomatici che prende avvio la crittografia, già fiorente nel corso del XIV secolo presso la
Curia romana, a Venezia e, in seguito, nelle più grandi città italiane come Firenze, Milano e Napoli, dove furono
istituite delle ambasciate permanenti e, per proteggere la corrispondenza, fu creata la funzione, ben remunerata, di
"segretario-crittologo".
In effetti, chi occupava questo incarico, beneficiava di un rapporto speciale e di una confidenza tutta particolare con il proprio signore dal quale dipendeva strettamente fino ad essere impietosamente giustiziato se questi si fosse convinto del suo tradimento. Era, il crittologo, incaricato di ideare nuovi sistemi, di cifrare messaggi e, ovviamente, di cercare di scoprire i segreti di tutte le cifrature, intercettate (o comprate) alle altre potenze, soprattutto di quelle nemiche.




