ULTIMO AGGIORNAMENTO: 27/04/2007
Un discorso più positivo e costruttivo al riguardo della veridicità dei documenti, può
essere fatto per l’epitaffio sulla lapide verticale della tomba di Marie de Negre d’Hautpoul.
Quello della lapide della marchesa, non è il primo e solo caso di monumento funebre nel quale sia stato nascosta una qualche
intenzione od istruzione segreta in varie forme nei più diversi testi crittografici. L'uso di questo sistema è
antico ed aveva trovato la sua prima espressione proprio nelle iscrizioni funerarie nelle prime tombe dei cristiani, durante le
persecuzioni attuate contro di loro dagli imperatori romani in più di quattro secoli, prima che con Costantino, il Cristianesimo
(cattolicesimo di Roma) diventasse la nuova religione di Stato. Per rendersene conto basta osservare le iscrizioni ritrovate nelle
catacombe ed anche nei sotterranei del Vaticano; l'epitaffio sulla tomba del celebre matematico greco Diofanto; il crittogramma inciso
sull'altare argenteo, copertura di quello in marmo, nella chiesa di San Nicola a Bari o l'epitaffio inciso sulla tomba di Shakespeare.
Nel novero dei documenti noti ed utili per poter effettuare una ricostruzione temporale degli eventi nella complessa storia di Rennes
le Château l’unico che sembra uscire fuori dal ripetitivo canone della falsità materiale è l’epitaffio scolpito
sulla stele (lapide verticale), posta in bella mostra di sé sulla tomba di Marie de Nègre, vedova di François
d’Haupoul, ultimo signore dell’antico castello. Che non possa trattarsi di un falso è fatto certo: il testo dell’epitaffio era
stato copiato da Elie Tisseyre che lo aveva anche riportato nella relazione preparata per il SESA, l’associazione culturale locale di
cui egli era membro (1).
È questo uno dei punti più importanti della nostra storia in quanto, l’epitaffio, è l’unico documento, diversamente
dai tanti altri depositati presso la Biblioteca Nazionale di Francia, per il quale non sembra esserci stata manipolazione - in
particolare da parte del solito Plantard o dei suoi soci – anche se il suo testo è pieno di inesattezze:
È noto che la prima menzione della presenza, nel cimitero di Rennes, delle lapidi (verticale ed orizzontale) si trova in un
libro, depositato in epoca successiva alla sua redazione (1884) alla Biblioteca Nazionale Francese a Parigi, del quale è stata
assegnata la paternità a Eugène Stublein (2).
Questi scrisse molti articoli e tre libri, il più famoso dei quali è "Descriptions d’un voyage aux établissments
thermaux de l’arrondissement de Limoux" (1877) composto di sole 31 pagine. Eugène era un eclettico, versato in diversi campi,
che amava porsi sempre delle domande. Visse, per la maggior parte della sua vita, nelle immediate vicinanze di Rennes le Château
e dal suo piccolo libro di viaggio appare chiaro che traeva piacere nel visitare nuovi luoghi e fare scoperte. Da questo suo specifico
interesse potrebbe derivare il fatto che egli abbia potuto illustrare le sue scoperte con semplici immagini dei monumenti da lui stesso
ritrovati e, quindi, anche delle due antiche lapidi di Rennes le Château.

Il fatto importante, da tenere presente, è quello che, all’epoca, tutti i libri che venivano pubblicati
non sempre erano poi registrati negli archivi delle principali biblioteche ed istituzioni e questo, per esempio, fu
proprio il caso del libro di Boudet "La vrai langue celtique": tutto ciò potrebbe essere accaduto anche
per il misterioso libro "Pierres gravées du Languedoc".
Bertrand d'Arondel aveva segnalato l'esistenza di altre due opere dello Stublein, già menzionate dall'abate Sabarthès in
"Bibliographie de l'Aude" (1914) : "But de promenades et objets curieux qui existant dans les environs de
Rennes-les-Bains" (1884) e "Rennes-les-Bains, Description" (1886). Forse i due libri contenevano notizie su antichi
manufatti osservati dallo scrittore nel suo girovagare nelle vicinanze di Rennes le Château ma, anche di questi volumi,
però, non c'era alcuna traccia nelle biblioteche della zona ed in quella di Parigi e, solo recentemente è stata data
notizia del ritrovamento del primo ("Pégase", n. 5 novembre/dicembre 2002).
È, comunque, possibile che il libro possa essere il frutto di un’abile manipolazione successiva, fatta da altri, dell’originale testo, anche se non abbiamo assolutamente alcuna prova né che sia una copia dell’originale di Stublein né, al contrario, di una sua falsificazione: tale certezza potrebbe essere raggiunta solo dal confronto di eventuali altre copie del libro e, solo da questo esame, si potrebbe decidere sulla sua autenticità. Una prova della manipolazione del libro è stata data da Jarnac che ha raffrontato la firma apposta sotto le figure della lapide con quella autentica di Stublein tratta dal "Descriptions" e che sono del tutto diverse tra loro.
Dal momento, però, che nell’attualità, siamo in presenza di un’assoluta indisponibilità di copie di quel libro, l’ipotesi a favore della sua originalità non sembra potersi accettare e, proprio per questo motivo, molto è stato scritto per screditarlo: in particolare, è stata messa in dubbio anche quella della firma del suo presunto autore, apposta in calce al libretto che, pertanto, è ritenuta apocrifa (3).
Un’altra menzione dell’epitaffio della lapide verticale è stata riportata nella nota memoria che, lo studioso di storia locale, Elie TISSEYRE, aveva fatto per il SESA, l’associazione culturale di cui era membro. Nel suo scritto aveva riferito di un'escursione, avvenuta il 26 Giugno 1905, e della ricognizione sulla conservazione di alcuni monumenti nella zona vicina a Rennes le Chateau e, allo scopo, si era anche soffermato sul cimitero del paese. Lì, abbandonata e spezzata in due, aveva scoperto un’antica lapide dove s’intravedeva ancora un epitaffio che, sebbene non perfettamente conservato, era ancora leggibile e ne aveva abbozzato il disegno (4).

La rottura e l’abbandono alle intemperie della lapide, descritta da Tisseyre, sembrano essere stati voluti
proprio da Saunière che, nel 1895, aveva fatto dei lavori per la rimozione di alcune vecchie tombe del cimitero
- forse per crearvi nuovi spazi - e la costruzione di un ossario per deporvi i resti.
Certo è che quell’intensa attività - svolta personalmente dal curato, spesso durante le ore notturne ed in
compagnia della giovane perpetua, Marie Denarnaud - non poteva esser passata inosservata e, comunque, non piacque per
niente ai suoi compaesani che protestarono presso il sindaco perché fermasse lo scempio che Saunière stava
facendo delle tombe dei loro avi. Negli archivi municipali di Rennes le Chateau sono conservate due lettere
(12 e 14.3.1895) che sono state più volte pubblicate (5).
Sembra che le lapidi sulla tomba della marchesa de Negre, situata a ridosso del campanile della chiesa, siano state messe
dall’abate Bigou, nel 1789, e vi siano rimaste sino al 1895.
In quello stesso periodo, come abbiamo già detto, Saunière tolse le lapidi e le gettò in un
angolo del cimitero ma, a causa delle lamentele dei discendenti della de Negre (Dominique Olivier d’Hautpoul), fu
obbligato a sistemare una nuova lapide sulla tomba (febbraio 1895). Poco dopo, sempre a causa di un’altra protesta degli
d’Hautpoul, Saunière fu costretto a sostituire la lapide rifatta, definitivamente, con un'altra (6).
Questi spiacevoli incidenti potrebbero essere costati molto denaro all’incauto curato di Rennes che fu obbligato
a pagare una somma ingente ai discendenti della marchesa de Negre, quelli stessi che avevano protestato per quanto era
stato fatto alla tomba della loro ava e, dal 1906, ogni anno Saunière dovette forse inviare loro,
segretamente, una somma pari a 5.000 franchi oro, in riparazione dei danni fatti alla tomba ed alla chiesa di santa
Maria Maddalena (7).
A questo punto è possibile trarre delle conclusioni ed una prima deduzione certa da quanto sin qui
esposto: l’epitaffio sulla lapide verticale era conosciuto perlomeno dal 1905 e, molto probabilmente era una copia fedele dell’originale:
Saunière, infatti, nel 1895, aveva già tolto la vecchia lapide, per motivi sconosciuti, durante la sua
insolita attività notturna ed i lavori che aveva fatto eseguire nel cimitero.
Certo è che, al di là della motivazione apparente della ricerca di nuovi spazi e dei lavori necessari al
cimitero, quando il curato di Rennes le Chateau capì che l’epitaffio nascondeva informazioni preziose per
ritrovare qualcosa che molto gli interessava, fece altrettanto presto a disfarsi della lapide sottraendola agli occhi
indiscreti dei curiosi e dei ricercatori. Stretto, però, dalle pressanti richieste dei discendenti della marchesa
d’Hautpoul dovette, a malincuore, subito restituire alla tomba una copia della lapide, quella stessa che poi fu vista
e citata di Tisseyre, per la cui distruzione Saunière dovette ben ricompensare gli eredi della nobile de Nègre.
Prima di addentrarci nell’esame della procedura utilizzata per la costruzione del complesso sistema crittografico necessario a
nascondere il messaggio segreto che, comunque, è un laborioso anagramma del testo sopracitato, è necessario fare alcune
precisazioni sulle due lapidi, e sul relativo contenuto dei testi, poste sulla tomba della marchesa de Nègre nel cimitero
attiguo alla chiesa di Santa Maria Maddena.
La lapide riprodotta nel disegno di Tisseyre, infatti, non è mai stata materialmente trovata e, quindi, non è facile poter
verificare se, quella da lui vista nel cimitero, fosse stata l’originale od una copia. A parte tale mancanza, a favore dell’ipotesi
dell’antichità del manufatto sembra militare solo il testo dell’epitaffio che contiene espressioni tipiche - come l’iniziale
«ci git» - della lingua francese antica, rispetto a quella più moderna «ici repose» che troviamo, invece,
sulla tomba dell’abate Jean Viè (1872), di Boudet (1915) e di suo fratello (1907) ed anche di Saunière (1917).
Le due brevi parole all’inizio della frase traducono la formula latina «hic jacet» – qui giace - ed erano specificamente
utilizzate per principiare gli epitaffi sulla maggior parte delle tombe; «cy» traduce l’avverbio di luogo latino «hic»;
«git» proviene dal verbo «gésir» (8).
Un bell’esempio dell’epitaffio, diremmo standard, era già stato pubblicato dal Fédié nel suo famoso libro sulla
Contea del Razès e riguardava la tomba di un personaggio dell’epoca, il marchese de Rébé marito di Jeanne d’Albret,
che aveva abitato il castello di Cuisan dopo che la signoria era stata tolta al potente duca di Guisa, personaggio inviso a Richelieu
per aver fatto parte della Fronda, partito avverso al re Luigi XIV, che l’aveva esiliato con tutta la sua famiglia in Italia
(9):
CI GIT
(DA)ME.IANE
(D’)ALBRET.FEME
(DE) MESSIRE.CL.
(AU) DE.DE.RE
(BE). VERGES
( ) ELLE
(DECE)DA.LE
(OC)TOBRE
(A)NNEE
1656
La formula iniziale nell’epitaffio è, comunque, attestata in tutti i cimiteri francesi, anche se con grafie diverse: da quelle più antiche «cy gis», «cy gist» come, ad esempio, in questa:
CY GIS IOVANNES
DE SVIGARAICHIPI
DIT CROISIC CAPIT
AINE DE FREGATE
DU ROY
I 6 9 4
LENVIEUX POUR
L'HONNEUR DE MON
PRINCE IALLOIS NE
SVIVANT SA CARRIERE
ATTAQVER LES ENNE
MIS EN LEVR MESME
... DM
alle forme laquo;cy git», «cy gyt», «cy gît» sino a quella più corretta e letteraria «ci-gît»
ed alle più attuali «ci git», «ici git» (10).
L’uso più noto del «ci git» lo troviamo nelle antiche leggende cd. della Vergogna:
Cy-gist la fille, cy-gist le père,
Cy-gist la soeur, cy-gist le frère,
Cy-gist la femme et le mary,
Et si n' y a que deus corps icy.
o di quella cd. di Giuda:
Ci git l'enfant, ci git le père,
Ci git la soeur, ci git le frère,
Ci git la femme et le mari,
Il ne sont que deux corps ici.
Ci git le fils, ci git la mère,
Ci git la fille avec le père,
Ci git la soeur, ci git le frère,
Ci git la femme et le mari,
Il ne sont que trois corps ici. (11)
Ecco, inoltre, due begli esempi di lapidi che assomigliano, nel testo, a quella dell’abate Jean Viè e del marchese de Fleury in particolare per l’abbreviazione del mese di settembre nella forma «7bre»:
Cy git le corps de maitre Pierre Péan,
prêtre vivant curé de cette paroisse,
décédé le 7 7bre 1762, âgé de 50 ans.
Priés Dieu pour le repos de son âme.
In quasi tutte le tombe si ritrova lo schema classico «ci git/agèe/decedèe/requiescat in pace» come nell’epitaffio della marchesa de Nègre e, talvolta, si ritrovano anche le inesattezze già incontrate nella lapide della nostra storia, come il troncamento «catin» o la N rovesciata, nella tomba di Saunière, ed altre ancora (12):
Cy-Git
Messire Francois-Marie-Omer
Patras de Campaigno Chevalier de St-Louis,
ex-capitaine Au régiment du Roy,
dernier Sénéchal du Boulonnais et 7ème du nom,
Veuf de noble dame de Lannoy,
Décédé à Hesdin-l’Abbé le 17 7re 1828
à l’àge de 78.
Requiescat in pace.
Altre, invece, recano la formula finale del «riposo» o della «richiesta di preghiere» diversa dal solito «requiescat in pace»:
Cy gît Jean Monrose CHARRIEZ, âgé de 16 mois,
décédé le 14 Mai 1831
Ange de Dieu, priez pour lui.
Ci gît le corps de François JAILLE,
né à Terrasson en Périgord,
Diocèse de Sarlat, le 4 Octobre 1754,
Notaire public en cette colonie,
décédé le 17 Avril 1813,
âgé de 58 ans 6 mois 13 jours. De profundis.
Ci-gît Mie-Jne PARAGOT, épouse de Mr Ste Me CHARRIEZ,
âgée de 22 ans, décédée le 28 Juin 1830.
Priez pour elle.
In queste placche funerarie, poste in fronte alla chiesa di Fischbach, si può notare, invece, anche la "N renversée" (13):

La forma «cy» è presente anche in un anonimo ma famoso disegno del 1793 dove troviamo la sbeffeggiante scritta
«CY GYT TOUTE LA FRANCE» rivolta a Robespierre che taglia la testa anche al boia con la ghigliottina (14).
Un’altra ancora su di una pietra tombale "révolutionnaire", nel cimitero della chiesa nell’isola di Bréhat
(Côtes-d’Armor). Senza essere eccezionale, questo tipo di lapide non è molto frequente e, meno ancora, all’interno di una
chiesa:
cY GIT le COrps de la C.t.enne Catherine LeBreze ep.ze du C.T. F.cois Lebellec Morte le 11 floréal a. III de la Rep. [...] (15)
Significativo, per un’ulteriore conferma dell’utilizzo del "ci-gît", è l’epitaffio satirico anonimo composto verso la metà del ‘700 per madame de Pompadour, l’amante di Luigi XV, dal quale si rileva, in assoluta evidenza, quanto il termine «CATIN» volesse davvero suonare offensivo anche nel momento estremo della vita:
Ci-gît qui fut vingt ans pucelle,
Quinze ans catin
et sept maquerelle.
A ben vedere, la presunta lettera T della parola «CT» potrebbe non essere un errore, in quanto la si è pensata sempre scambiata alla lettera I mentre, in realtà era la Y più frequentemente usata nella parola «CY» nel francese dell’epoca. Comunque, che si sia trattato di un troncamento non intenzionale della frase «requiescat in pace» – e, quindi, operazione fatta non per offendere la defunta, ma come usuale prassi di divisione per motivi di spazio - o di una T al posto della Y, nulla cambia ai nostri fini perché sono sempre alterazioni che sono state volutamente riprodotte nella lapide al fine di poter comporre un testo particolare e, cioè, un perfetto anagramma dell’epitaffio.
La menzione dell'esistenza di una lapide verticale (stele) sulla tomba della marchesa de Nègre era stata documentata nel Bulletin del SESA (1906) ma, dopo quel riferimento se ne era persa la memoria e, solo con la citazione fatta da René Descadeillas in "Rennes et ses derniers seigneurs" - 1964, pag. 70, ne era stata recuperata la traccia. Descadeillas annota che la lapide era già sparita nel 1906. In effetti, dopo la ricognizione di Tisseyre, un altro membro del SESA, M. Fages, aveva di nuovo fatto visita (16.08.1908) al dominio di Saunière e, nella sua relazione, aveva menzionato gli altri antichi manufatti (dalle des chevaliers, pilastro, ecc.) ma non la lapide nel cimitero. La mancanza della stele è una circostanza che non poteva passare inosservata, perché il Fages aveva partecipato, proprio con Tisseyre, all'escursione del 1905 a Rennes; di tale fatto c'è la testimonianza scritta in quella stessa occasione dal relatore:
Non è poi possibile pensare che il cimitero non fosse oggetto di visita da parte dei membri del SESA e, ciò, per l'ovvio motivo che, assai spesso, vi venivano scoperti oggetti degni di menzione. Infatti, anche in un'altra escursione a Saint Just e le Bezu (16.4.1906), troviamo evidenziata, nella relazione, l'attenzione posta dagli esperti visitatori, anche sul cimitero, in questo caso, di Granès:
Orbene, Tisseyre, diversamente da come aveva descritto gli altri monumenti nell’articolo (il pilastro visigoto di sostegno dell’altare e la
dalle "des chevaliers"), non si era affatto pronunciato sull’antichità della lapide della quale aveva forse indicato lo
strano testo solo per l’inusuale forma scritta – e non già per l’anomala incisione delle lettere – che riteneva molto grossolana
(16).
Una lapide spezzata ed accantonata da una parte nel cimitero che, da anni era stato tutto ristrutturato da
Saunière, non poteva dare, da sola, l’impressione di essere un antico manufatto e, se Tisseyre, avesse voluto, invece, far notare
ai lettori, la vetustà del monumento avrebbe quantomeno dovuto scrivere – come per gli altri – che davvero lo era o, ancora per
accontentare i curiosi, avrebbe potuto far riprodurre una figura della lapide da cui comparisse un testo con caratteri antichi,
predisponendone una copia fedele disegnata a mano e non con i caratteri tipografici usati, invece, nell’articolo.
La riproduzione dell’epitaffio in chiave moderna proposta nell’articolo congiuntamente al fatto che, all’apparenza, non era possibile
apprezzare in alcun modo l’antichità della lapide, ha portato, invece, alcuni ricercatori a formulare dubbi sulla sua
autenticità.
L’ipotesi più recente, di una possibile manipolazione in tempi successivi all’epoca in cui visse Bigou ma precedenti a quelli
di Plantard, è stata avanzata da Frank Daffos. In una recente intervista ed in un suo libro lo scrittore ha affermato che sarebbe
stato l’abate Boudet, anch’egli membro del SESA, a far inserire nell’articolo, da Tisseyre, il disegno della lapide, a dimostrazione
delle sue tesi sull’argomento (17).
Daffos, però, si è limitato ad affermare senza dare nessuna prova concreta dell’asserito intervento dell’abate e, comunque,
per confortare l’esattezza della sua tesi rimangono da provare altre questioni ancora irrisolte: perché mai Boudet avrebbe fatto
passare così tanti anni per far scrivere l’articolo nel Bulletin del SESA nonostante ne fosse stato influente membro
corrispondente sin dal 1888?; perché poi attendere così tanto tempo, fino al 1905, quando la storia di Rennes aveva
assunto un andamento iperbolico e Saunière era ormai alla ribalta da ventanni e, cioè, dal suo arrivo a Rennes le
Château?; perché aspettare così a lungo se è documentato che, nel febbraio 1895, Saunière aveva
cominciato a spogliare il cimitero delle lapidi e dei resti inumati nelle tombe, da lui stesso trasferiti nel più contenuto
spazio di un nuovo ossario e, proprio per questo, dovette affrontare le ire dei suoi parrocchiani e, forsanche più volte, quelle
della famiglia Hautpoul?.
Se, di primo impatto, è difficile poter pensare ad una manipolazione fatta o commissionata da Boudet – con la segreta
intenzione di far ricomparire, in uno scritto ufficiale, l’epitaffio, in mancanza della lapide originale ormai scomparsa - resta pur
sempre da spiegare la provenienza di quell’antico testo. Forse, prima di Boudet, era stato preparato e predisposto da qualcun altro e,
poi, a bella posta era stato riportato su di un nuovo pezzo di marmo? ed in tal caso da chi e per quale motivo?. Inoltre, se di
falsificazione si trattava questa era stata fatta molto tempo prima di Plantard e soci che, allora, non sarebbero stati, in assoluto, i
falsari più conosciuti nella storia di Rennes le Château essendosi solo adeguati a quanto già praticato da altri
sconosciuti prima di loro!.
La questione si complica e diventa un bel rompicapo: le lapidi originali della fine '700 non si trovano più, così come anche
quella descritto da Tisseyre nell’articolo (1,30 x 0,65) che, comunque, con buona probabilità, non sembra possa risalire all’epoca della
marchesa e, quindi, non si conosce più l’epoca precisa in cui fu veramente fatta la lapide; ciononostante l’epitaffio, inciso sulla lastra,
risulta credibile perché il testo è conforme al genere letterario e funerario dell'epoca di Bigou.
Plantard, nella prefazione alla ristampa de "La vrai langue celtique", lo strano libro scritto dall’abate Boudet per il
quale manifestava grande stima, aveva fatto delle affermazioni importanti al riguardo: la lapide era presente nel cimitero di Rennes le
Château prima ancora della stesura definitiva del libro di Boudet (1880) ed al testo doveva essere applicato un codice segreto di
lettura con cui si potevano trarre indicazioni utili per scoprire qualcosa (18).
È questa una delle pochissime circostanze in cui, forse, il famoso manipolatore della vicenda di Rennes le Château,
potrebbe aver detto il vero; per lui, Boudet non era stato il regista occulto dietro l’articolo sulla stele pubblicato nel Bulletin del
SESA; diversamente Plantard sarebbe entrato in conflitto con una sua precedente affermazione sulla scoperta dell’antica lapide che,
a suo dire, da tempo era stata raffigurata in "Pièrres gravèes de Languedoc" (1884), libro
falsamente attribuito allo scrittore Eugène Stublein. Anche Descadeillas aveva segnalato la presenza della stele, come
sicuramente visibile, nel cimitero, ancora agli inizi del 1900 e della definitiva sua scomparsa nel 1906 (19); da
parte sua, l’ingegner Ernest Cros, con le ricerche fatte per ricostruire il contenuto della lapide orizzontale – quella, cioè,
con la scritta PS PRAECUM – aveva concluso per la sicura presenza della dalle, nel cimitero, in epoca assai precedente all’arrivo di
Saunière a Rennes le Château (1885).
A questo punto una domanda sorge spontanea: perché mai l’abate Bigou si sarebbe dovuto, lui stesso, prendere la briga di far
predisporre la (sola?) lapide verticale sulla tomba della de Nègre se, alla morte della marchesa, erano in vita tutte e tre le
figlie, Marie d’Aussillon (1733) e Marie Gabrielle (1740) - entrambe sposate e sistemate - ed anche Marie Anne Elisabeth (1735) che non
l’aveva mai lasciata sola, non si era sposata sopravvivendo nel decaduto maniero con il titolo di mademoiselle de Rennes e sobbarcandosi
l’onere di accudire la propria vecchia genitrice?.
Elisabeth, diversi anni dopo la morte della madre, lasciò che il castello cadesse giorno dopo giorno in rovina - anzi, nel 1816
fu pure venduto all’incanto - e morì indigente e molto anziana (1820) lontana da Rennes le Château (20).
Desolazione ed abbandono subirono anche il cimitero e la chiesa di santa Maria Maddalena che rimasero le sole proprietà
ecclesiastiche non alienate dal governo rivoluzionario; tutto ciò che era stato di pertinenza della chiesa e del povero abate
esiliato in Spagna, persino i mobili e gli arredi religiosi, tutto venne venduto, entro la fine dell’anno 1796, a privati cittadini.
Dopo la partenza di Bigou la parrocchia restò per diversi anni priva del suo curato; quasi tutte le successive richieste, fatte
dal sindaco per il ritorno di un religioso alla cura delle anime del vecchio paese, rimasero praticamente lettera morta, per la mancanza
di un alloggio decente da assegnare al curato (21).
Dopo il 1792, dunque, la chiesa e il cimitero rimasero nel più completo e totale abbandono. Ne siamo informati dai numerosi
resoconti delle sedute dell’amministrazione comunale di Rennes le Château che, invariabilmente, evidenziarono il precario stato di
rovina dei due beni ecclesiastici e la difficoltà di reperire fondi per la loro sistemazione.
Già nel 1806 veniva segnalato che nel cimitero, anche se protetto da un muro di cinta, era possibile, ogni giorno, verdervi
pascolare, al suo interno, delle bestie, poiché una parte del muro era crollato e non vi era una porta od un cancello per la sua
chiusura. Solo nel 1831 il comune aveva provveduto al ripristino totale della cinta muraria; nel 1856 una croce aveva fatto la sua
comparsa al centro del camposanto ed una porta era stata messa a chiusura dell’accesso; ma, di nuovo nel 1876, le mura erano pericolanti
e si potevano addirittura scorgere molte ossa sparse sul suolo del cimitero.
Il clero, invece, ricominciò a fare regolare apparizione, nel paese, solo dopo il Concordato di papa Pio VII con Napoleone
(16.7.1801), quando vi si insediarono, di volta in volta, vari curati Marsant (1803), Rouger (1806), Sabarthes (1820), Sadourny (1823),
Pages (1832), Blanc (1834) e, infine, l’abate Pons (1836) l’unico che vi rimarrà per più di quarantanni (22).
Due, pertanto, le ipotesi che si possono fare al riguardo della stele verticale: o si trattava del lavoro malfatto di un artigiano incapace o, invece, la lapide era stata di proposito scolpita nel modo in cui la conosciamo e con l’intenzione di voler comunicare qualcosa.
La prima ipotesi, però, non regge per il solo fatto che - anche a voler pensare che fosse stata mal realizzata a causa delle
possibili ristrettezze economiche in cui si sarebbe trovata la famiglia della marchesa de Nègre, insorte a causa della Rivoluzione
- rimane pur sempre da spiegare perché mai nessuno l’abbia, poi, sistemata, almeno, nella parola «CATIN», che non
poteva non suonare offensiva nei confronti della defunta e che, di certo, avrebbe destato stupore nei visitatori e sicura apprensione
agli eredi anche in tempi successivi alla sua prima apparizione nel cimitero. Dopo la Rivoluzione, quella degli Hautpoul era comunque
rimasta una tra le famiglie nobili più importanti della Francia ed i suoi membri avevano ricoperto incarichi di prestigio nel
periodo napoleonico e nella restaurazione monarchica di Carlo X (23).
È pur vero che è stata trovata una lapide consimile (24), proprio con lo stesso equivoco troncamento
«catin» della frase «requiescat in pace», ma quella nel camposanto di Rennes rimane però unica per essere
così piena di stranezze.
Ebbene, nel perdurante stato di precarietà in cui venne a trovarsi il cimitero com’era possibile che, qualcuno, si fosse veramente interessato alla tomba della marchesa ed alle sue lapidi?. È molto più credibile, invece, che una stele verticale (forse l’originale?) dovette fare la sua comparsa solo tra il 1831, anno del primo riassetto comunale del cimitero, ed il 1880, anno della stesura definitiva del libro dell’abate Boudet. Ed è anche altrettanto più probabile che, il maggior interesse al recupero od alla definitiva sistemazione della stele, dopo la scomparsa di Elisabeth, dovette averlo il figlio dell’altra erede - Marie Gabrielle d’Hautpoul, deceduta, dopo il matrimonio, nel 1790 - Paul Urbain de Fleury (1778-1836) marchese di Blanchefort che abitava in un paese vicino e del quale si conoscono l’effettiva presenza di ben tre sue diverse lapidi nel cimitero di Rennes les Bains.
L’altro problema, sollevato al riguardo della tomba della de Nègre, è quello della sepoltura della marchesa nel
cimitero attiguo alla chiesa di Rennes le Château, all’esterno e fuori del famoso "Tombeau des Seigneurs" che, per
quanto indicato nei registri parrocchiali, doveva celarsi nel sotterraneo – non ancora trovato – della chiesa di Santa Maria
Maddalena (25).
A complicare maggiormente le cose c’è il fatto che l’avvenuto decesso della nobile era stato sì annotato nell’atto scritto di
pugno da Bigou ma, l’abate, non vi aveva specificato il luogo della sepoltura. Prima della de Nègre, invece, altri - che non
erano discendenti diretti della famiglia d’Hautpoul - erano stati inumati in quel sotterraneo; la certezza proviene dal solito registro
parrocchiale, dove risultano annotate le sepolture di dame Del Sol (1705) e del capitano du Vernet (1724).
Anche se i due personaggi, a prima vista, possono apparire estranei alla famiglia dei signori di Rennes, essi non avevano trovato una
misteriosa, finale sistemazione in un ambiente avulso dal loro contesto sociale e familiare e la loro singolare collocazione post mortem
nel Tombeau era dovuta soltanto a motivi che conseguivano dalle normali vicende della loro vita. Per dame Del Sol è, forse,
possibile provare che si trattava di una parente stretta degli Hautpoul. Dal già noto registro parrocchiale sappiamo, infatti,
che costei era la moglie superstite di Marc Antoine Dupuy (o du Puy), tesoriere del re di Francia e signore di Pauligne, paese nei
dintorni di Limoux, non molto distante da Rennes le Château. I Dupuy erano di nobile origine e la loro casata proveniva da Lione;
nel XV secolo la famiglia si era divisa in due rami che si erano portati uno in Linguadoca e l’altro in Normandia (26).
Il testamento di Henri d’Hautpoul nominava usufruttuaria di tutti i beni proprio la moglie Marie Dupuy almeno sino al raggiungimento del
venticinquesimo anno d’età del figlio François. Dame Del Sol, dunque, poteva essere stata la cognata di Henri e, quindi,
la zia materna di François d’Hautpoul. Più difficile è, invece, risalire alla natura del legame familiare col
capitano Henri du Vernet. Il cognome sembra rivelare un toponimo di una zona vicina a Rennes le Château (Vernet les Bains, Le
Vernet, ecc.); peraltro era anche nota una famiglia Dupuy-Du Vernet a Carcassone. Di più, al momento, non è possibile dire
poiché l’unico altro dato citato nel registro parrocchiale, quello relativo all’accampamento militare da lui frequentato a
Ruftège, non risulta essere molto esatto, perché tale località è, a tuttoggi, non rintracciabile.
Ebbene, tutte queste presunte inusuali sepolture funebri hanno dato la stura a tante ipotesi per cui c’è chi è arrivato
a sostenere che la tomba nel cimitero non sia affatto quella della marchesa (27) o che, invece, la de Nègre
sia stata inumata all’esterno della chiesa perché un editto reale (1660) ne avrebbe vietata la sepoltura nel sotterraneo; oppure,
ancora, che la nobile defunta avrebbe potuto non essere stata deposta nel cimitero – e quindi apparir strano che invece ci fosse stata
messa - perché le norme previste dall’editto di Saint Cloud sui cimiteri erano entrate in vigore solo agli inizi dell’epoca
napoleonica (1804).
Dall’esame dei registri parrocchiali e dei testamenti si può stabilire altrimenti: non esiste alcun mistero su tutte queste
sepolture anche se, rimane comunque abbastanza curioso il fatto che, negli ultimi cento e passa anni, nessuno dei signori di Rennes le
Château fu più inumato nel Tombeau des Seigneurs.
È, però, altrettanto certo che se ciò accadde lo fu per scelta personale - e documentata - dei membri stessi
della nobile casata o per motivi che, in qualche modo, vi ostarono ma non dipendenti dalle loro volontà. Infatti, già nel
1674, alla sua morte, Antoine d’Hautpoul signore di Rennes e prozio del François marito di Marie de Nègre, aveva chiesto di
essere inumato nella chiesa dei Cordeliers di Limoux e fece anche dono del suo cuore alla chiesa di Notre Dame de Marceille che si
trovava a pochi passi dalla prima (28).
Lo stesso aveva deciso per sé, Blaise d’Hautpoul – padre di Antoine e nonno di François (29) -
disponendo, nel testamento (1694), di essere sepolto nella chiesa dei Cappuccini a Limoux. Henri, padre di François, aveva invece
fatto il suo testamento nel castello a Rennes le Château nell’aprile del 1695, nel perdurare della malattia che, poi, gli fu
fatale, ed aveva disposto che la sua sepoltura fosse, come e con i suoi antenati, nella chiesa di Santa Maria Maddalena. La morte,
però, lo aveva raggiunto nel giugno dello stesso anno in quel di Limoux ed è per questo motivo che, forse, non troviamo
traccia, sempre nel solito registro parrocchiale, dell’avvenuta sua sepoltura. In questo caso, l’inumazione di Henri in luogo diverso,
forse nella stessa Limoux – come per il padre, anche nel suo testamento è nominata la già nota chiesa dei Cappuccini dove
per un anno, secondo le diposizioni, dovevano esservi celebrate delle messe in sua memoria - potrebbe essere stata causata dalla mancata
apertura dell’atto che venne fatta dal figlio, François, circa cinquantanni dopo il decesso del padre (30).
Qualche anno prima (1739) era premorto in tenerissima età, a François, il piccolo Joseph - unico figlio maschio avuto
dal matrimonio con la marchesa de Nègre – che fu sepolto a Rennes le Château «dans le cimetière de la paroisse
tout près de la grande croix»; la piccola lapide della sua tomba è oggi conservata nell’attiguo museo (31).
Anche gli ultimi eredi degli Hautpoul di Rennes non finirono nel "Tombeau des Seigneurs" e di certo non a causa di misteriosi
fatti: François d’Hautpoul morì a Limoux (1753) dove venne inumato nella chiesa di San Martino mentre la figlia Elisabeth,
ultima signora di Rennes le Château, abbandonato e venduto da tempo il castello avito, venne colta dalla morte a Parigi (32).
L’unico dato certo, quindi, al riguardo della stele, rimane solo il fatto che, Tisseyre, aveva fedelmente copiato il testo
dell’epitaffio così come l’aveva visto quando, nel 1905, si era recato a far visita all’abate Saunière e l’aveva trovata
spaccata nel mezzo ed abbandonata in un angolo del cimitero.
L’altro elemento importante, ai fini della decrittazione, è dato, invece, dalla presenza delle due enigmatiche parole «PS
PRAECUM» che si volevano fossero incise sulla tomba della marchesa de Nègre.
Alcuni ricercatori ritengono che la frase fosse addirittura presente sulla stele verticale ma, al momento, non c’è la prova
irrefutabile di tale sua apparizione (33).
Altri, invece, la vogliono scolpita nella lapide orizzontale (dalle horizontale), anch’essa scomparsa e, come al solito, non solo non
ce n’è traccia materiale ma neanche documentale certa.
Anche in questo caso, la ricostruzione di questa sua presenza è sempre complicata; infatti le uniche tracce conosciute sono costituite da:
anche se entrambe, però, si sono rivelate, alla loro analisi, molto deboli.
Nel primo caso le indagini non sono proprio del tutto attendibili: per la ricostruzione l’ingener Cros si era affidato esclusivamente alla memoria storica degli abitanti di Rennes le Château; infatti, per il recupero del'iscrizione sulla lapide aveva posto numerose domande ai vecchi del paese. Quel testo era stato oggetto anche di alcune sue memorabili animate discussioni con Saunière, intorno all’anno 1906, proprio per l’abrasione procurata dall’abate alla lapide e per il fatto che, così com’era stata sua abitudine per altri antichi manufatti, l’aveva forse riutilizzata per farne la copertura del nuovo ossario nel cimitero; per alcuni odierni ricercatori, invece, la lapide sarebbe stata portata a Carcassone in epoca e con una collocazione imprecisata (34).
Qualche anno dopo, la notizia di un’altra scoperta andava ad intrecciarsi con questa già intricata questione. Nel 1928,
nel corso delle sue peregrinazioni alla ricerca di antiche iscrizioni nei luoghi più disparati ed impervi nei dintorni di Rennes
le Château, Cros aveva scoperto un’altra lapide – detta, dal luogo di provenienza, della Coume Sourde – che, tra l’altro, portava
incisa nel testo proprio l’enigmatica frase «PS PRAECUM». Il manufatto, forse di origine templare, andava a fornire una
nuova, vera prova archeologica dell’utizzo, nel passato, di quelle due strane parole, quelle stesse che, poi, avevano fatto bella mostra
di sé sulla lapide della tomba della de Nègre.
Senonché l’ingegnere non rese mai di pubblico dominio il frutto delle sue ricerche né, peraltro, è dato ancor oggi
sapere quale sia stata la fine che abbia fatto.
Le memorie dattiloscritte sul rinvenimento e sul contenuto del relativo testo apparvero, invece, postume, quando degli
sconosciuti dopo il 1960 penetrarono nello chalet di campagna di proprietà di Cros, posto di fronte all’antica
cappella dello stabilimento termale di Ginoles e sottrassero la maggior parte dei documenti che vi erano custoditi. Se, pertanto,
è vero che non esiste nessun materiale coevo alla scoperta fatta da CROS (dalle e manoscritti) è altrettanto sicuro però,
che l’ingegnere fece un disegno della dalle di Coume-Sourde poi, scomparsa, poiché non è sicuro che quella esposta al
museo di Rennes le Château sia proprio quella originale (35).
Sull’esistenza delle scoperte e gli appunti dell’ingegnere c’è la testimonianza di alcune persone che avevano avuto modo di
vedere la dalle e per le notizie contenute in un opuscolo, formato utilizzando appunti manoscritti di Cros, che la cognata Octavie
Lassave, fece pubblicare, dopo la morte dell’ingegnere, ma prima della pubblicazione del libro di de Sède (1967) e di un
dattiloscritto anonimo che, quasi sicuramente, è una manipolazione fatta dai soli noti con il materiale trafugato nello chalet di
Cros a Ginoles.
Anche se Jarnac non ebbe mai a vedere la dalle o la copia originale dell’opuscolo di Octavie Lassave c’era da immaginarsi che, una
qualche copia, poteva essere sopravvissuta nelle mani di privati. Qualche anno dopo l’edizione dell’Histoire, infatti, Jarnac venne a
sapere dell’esistenza di un secondo dattiloscritto, più breve del primo, che poteva dipendere più fedelmente dagli appunti
di Cros. Il raffronto dei due testi è stato fatto, sempre da Jarnac, che conclude per una maggiore validità del secondo in
quanto non riporta, sul retro della dalle, le enigmatiche parole «CEIL, BEIL, MCCXCII» (36).
Questo fatto costituisce, quindi, la prova indiretta, anche se forse decisiva, dell’originalità del secondo testo; infatti,
l'inesistenza delle tre ultime e strane parole sulla dalle di Coume-Sourde era già stata data da testimoni oculari che avevano
confermato la notizia a Pierre Jarnac e che aveva riportato fedelmente la loro testimonianza nel primo libro sulla storia del tesoro
di Rennes (37).
A prima vista, così com’era data la notizia, il documento sembrava anonimo ma Sassez ha ipotizzato che questo secondo testo debba
essere un breve scritto da attribuire a Noel Corbu che lo compose, intorno al 1965, poco prima dell’abbandono, in via definitiva, del
mistero e del paese di Rennes le Château (38). La paternità del testo sarebbe "certificata"
dalla presenza di un’anomalia grafica nel dattiloscritto, relativa al cognome del curato che,
Corbu, ha sempre scritto con la "s" finale (Saunières).
Fin qui nulla di strano; senonché, cacciato dalla porta il dubbio sull’autore del testo, ecco che subito rientrava dalla
finestra. La notizia sull’attribuzione del dattiloscritto a Corbu era stata confermata anche da Putnam (39);
nel suo libro infatti riportava l’indicazione precisa del luogo dov’era stata rinvenuta la dalle («.. Era nascosta nella frattura di una
roccia. Il posto in cui giaceva era indicato in modo sottile e discreto da una freccia ed una croce di Malta incise nella nicchia della
roccia.»); questa frase, però, non appariva affatto nel secondo opuscolo ricevuto da Jarnac dove, invece, si chiudeva
l’argomento con ben altra, e più generica, segnalazione («.. vers le sommet de la cote 532, consulter la carte de
l’Etat-Major.») e, quindi, il dattiloscritto nelle mani di Putnam potrebbe provenire da un'altra fonte diversa dalle prime
due.
La questione, pertanto, abbisogna di un esame più approfondito e deve essere fatta con la comparazione di tutti i testi che
citano il dattiloscritto: di sicuro i due di Jarnac e quello di Putnam.
La seconda prova indiretta sull’esistenza della frase «PS PRAECUM» viene dalla scoperta fatta nel 1959 dal ricercatore
Jacques Cholet che, solo nell’aprile del 1967, ebbe a riportarla in un suo famoso rapporto (40).
Innanzitutto, siamo in presenza di un’altra dalle, rinvenuta in luogo diverso da quella di Cros (Coume-Sourde); la scoperta di Cholet,
infatti, è indipendente dalle altre, poiché il professore parigino l’aveva trovata negli scavi fatti a Rennes le
Château (non è specificato, con precisione, dove si trovasse la quercia) ma, fatto importante, vi era anche riportato un
testo in parte simile a quello di Cros.
Sebbene non sia dato sapere da dove venne tratto il nuovo disegno della dalle – che, riportato sul sito di Octonovo ma non appare in nessun altro sito che si occupi della vicenda, mentre su altro ancora (41) c’è riportata la foto di un documento dattiloscritto anch’esso di provenienza ignota e non chiaramente leggibile – dallo scritto di Cholet emergono chiari due aspetti importanti del nostro problema:
e, tutto ciò, in tempi ovviamente non sospetti perché, durante gli scavi del 1959, Cholet non poteva sapere del falso inventato, forse da Plantard e soci, e riportato in "Pierres gravées de Languedoc", depositato alla BNF solo nel 1967; anzi, alla luce di queste considerazioni, appare assai più probabile che i soliti noti personaggi si siano serviti proprio delle conoscenze di Cholet e di Cros per fare ed avvalorare i loro maneggi letterari. E, forse, l’unico utilizzo positivo degli appunti, senza alterazioni, fu quello di Noel Corbu che dovette venirne a conoscenza durante i primi scavi (1958-1960) fatti a Rennes le Château da Charroux e Cholet.
Si può concludere che, la scritta «PS PRAECUM» in fondo alla lapide orizzontale sulla tomba della de
Nègre, non è derivata dell’immaginazione di Cros o di altri successivi ricercatori anche se, per quell’iscrizione,
qualcuno ebbe a porre in essere un’abile macchinazione proprio per farla derivare da una figura fatta apparire nel presunto libro dello
Stublein e del quale è stata dimostrata la più che probabile inesistenza; infatti l’opuscolo depositato presso la
Biblioteca Nazionale Francese non è costituito dall’estrazione di alcune pagine dell’inesistente originale del libro di Stublein,
ma è un’abile mistura di false figure con altre vere tratte da un libro di autore diverso, opera confezionata ad arte, da
qualcuno dei personaggi orbitanti nella ristretta cerchia delle conoscenze di Pierre Plantard.
Per completezza occorre segnalare che, sempre al riguardo della strana frase, esistono altre notizie, un po’ frammentarie e tra loro non
sempre concordanti che abbisognano di una più attenta analisi e verifica (42).
E però senza quelle due brevi parole non si arriva a costruire il messaggio nascosto, sotto forma di anagramma, nell’epitaffio
della stele della marchesa de Nègre.
Tutti i ricercatori sono sempre partiti dal presupposto che lo strano testo della lapide abbia un senso
alternativo alla semplice incisione mal fatta e, cioè, lo si crede un autentico messaggio
nascosto. Se così non fosse sarebbe del tutto inutile discuterne.
Le notizie che da tempo circolano in alcuni dossier anonimi (almeno dal 1965), e da quanto riferito da de Sède nel suo
primo libro sul tesoro di Rennes, confermano l'esistenza di un messaggio nascosto, costituito da un anagramma del testo visibile sulla
lapide.
Nel nostro caso, però, era superfluo ricorrere ad un sistema così complesso con quello che, in crittografia, viene
definito il "surchiffrement". Il metodo più semplice, la tecnica dell'anagramma, all'epoca dell'abate Bigou era già
di per sé abbastanza robusto e sufficiente se, ancor oggi, nessuno è riuscito a capire quali siano le indicazioni esatte
incise nella lapide per arrivare a scoprire il messaggio nascosto e, quindi, non era affatto necessario complicare il problema passando l'anagramma di nuovo
attraverso un'altra cifratura complessa come il metodo di de Vigènere.
È vero che chi fa una cifratura vuole che il messaggio rimanga nascosto a chi non è autorizzato a conoscerlo e, quindi,
è necessario utilizzare una sistema sicuro che regga alla decrittazione del testo al fine di non consentire di trovare la
soluzione senza conoscere il metodo e la chiave; con il destinatario giusto, invece, era sufficiente concordare e rendere chiaro il
sistema e la chiave usati (o, quantomeno, un modo per conoscerli) per consentire una facile decifrazione del testo. All'epoca di Bigou, il
metodo di de Vigènere era il sistema considerato il più sicuro contro ogni tentativo di lettura non autorizzata (decrittazione) - forse
di più di quello della tecnica dell'anagramma - ma, anche fin troppo sicuro, perché nel caso in cui, per un qualche
motivo si fosse persa la conoscenza del metodo e dei dati utili alla decifrazione, non sarebbe stato più possibile recuperare il testo del
messaggio nascosto. Infatti, il metodo di decrittazione per il sistema di de Vigènere venne scoperto da Babinski solo pochi anni
prima della fine del XVIII secolo.
La ricostruzione dei fatti che si propone, ovviamente, abbisogna di alcune ricerche per appurare l’ipotizzato scontro avvenuto tra i discendenti della marchesa d’Hautpoul e Saunière, sia per il reclamo sulla tomba, sia per il pagamento degli ingenti danni che gli furono chiesti poiché le fonti da cui sono state tratte queste notizie provengono da anonimi autori, la cui identità è coperta da pseudonimi, e potrebbero non essere attendibili.
Se, però, quest’intervento ultimo nel mistero è veramente accaduto, esso viene ad essere un altro
degli aspetti importanti della vicenda perché darebbe sicura conferma della presenza, nel cimitero di Rennes le
Chateau, di una lapide verticale sulla tomba di Marie de Negre, almeno dal 1895. L’anno, poi, è assai vicino
a quello in cui fu scritto il libro di Stublein (1884) - questo darebbe credibilità alla correttezza delle
sue informazioni date sull’epitaffio - del quale, peraltro, solo Tisseyre lo aveva fedelmente ricopiato dalla lapide.
Il testo inciso sulla stele della marchesa de Negre è stato esaminato, sotto l’aspetto tecnico, da diversi
ricercatori che hanno anche tentato, chi più chi meno, di dare un significato diverso - oltre l’evidenza - alle
parole nell’iscrizione; in particolare ciò è accaduto per gli strani errori, se tali si vogliono
considerare, che l’artefice della lapide od il committente dell’opera avrebbe commesso.
Troppi voli pindarici sono stati fatti per spiegare quelle anomalie e sarebbe stato, invece, opportuno limitarsi a più
semplici considerazioni.
La riproduzione dell’insolito epitaffio in una tavola ci può aiutare, anche visivamente, a cogliere con immediatezza la natura delle differenze con il testo ritenuto esatto.

Le differenze riscontrabili sono di quattro tipi:
Orbene, nel testo funerario sono state fatte sostituzioni, sapientemente mimetizzate all’interno, con una scelta opportuna delle lettere da cambiare e della loro posizione: questa operazione è servita per rendere uguali le lettere incise sulla lapide verticale, anche nel numero, a quelle che erano necessarie per adattarle al messaggio da nascondere che è così diventato un perfetto e completo anagramma dell’epitaffio.
Se assegniamo ad ogni lettera di quel testo un numero progressivo:

possiamo anche formare una tabella, contenente la distribuzione delle lettere del testo nell’alfabeto francese, dove abbiamo raggruppato (zona verde) quelle uguali identificate dal numero di posizione loro assegnato:

Se, infine, si vuole fare un tentativo di codifica del messaggio segreto, prendendo le lettere della lapide nell’ordine di posizione indicato nella tabella sopra riportata (la 1^ A, la 1^ B, ecc., la 2^ A, la 2^ B e via di seguito) si segue una semplice regola con la quale si ottiene una delle tante possibili sequenze numeriche da applicare per cifrare il messaggio:

Il calcolo combinatorio, infatti, ci insegna che il numero totale delle sequenze, con cui è possibile formare tutti gli anagrammi con le lettere dell’epitaffio, compresi quelli che non hanno un senso linguistico compiuto, è pari alle combinazioni ripetute di 128 lettere, cioè al numero di quelle particolari combinazioni in cui si deve tener conto dei gruppi di lettere eguali (Tabella della distribuzione delle lettere: colonne LETT e NR):
28!/(12!*2!*7!*9!*24!*1!*3!*9!*1!*6!*4!*7!*5!*5!*1!*7!*6!*6!*4!*2!*5!
Si tratta di un numero molto grande (4,32*10^141), per cui è impossibile, anche con l’utilizzo di un
moderno computer tra i più veloci, poter ottenere, anche applicando la "brute force", in un tempo ragionevole,
l’elenco completo di tutti gli anagrammi e, poi, tra questi, individuare il messaggio nascosto. Per risolvere il
problema, quindi, si deve necessariamente conoscere in anticipo la sequenza numerica esatta delle lettere o, in
alternativa, avere la possibilità di ricavarla con lo stesso algoritmo che, all’epoca, era stato utilizzato dal
codificatore: metodo che potrebbe essere uno dei tanti sistemi crittografici come il cd. "passo del cavallo"
od i "quadrati magici" od altro ancora.
I segnali lasciati per arrivare alla decifrazione del messaggio nascosto possono, ovviamente, essere stati codificati
con la strana forma, la posizione inusuale, il cambio delle lettere od il troncamento delle parole; tutto, poi,
potrebbe essere stato maledettamente complicato con un mix di tecniche diverse ed altri indizi ancora essere stati
occultati altrove.
Alcuni esempi sui sistemi, forse utilizzati, ma non di facile individuazione, possono essere dedotti dalle seguenti
tracce:
In effetti tutti questi segnali hanno anche il pregio di andare univocamente nella stessa direzione e,
cioè, di indicare la trasformazione principale che si sarebbe dovuta eseguire sul testo appena individuato:
L’ANAGRAMMA.
Anche se le deduzioni or ora fatte appaiono giuste (col senno di poi!) esse non semplificano, in modo significativo,
il lavoro di ricerca: la soluzione completa del problema rimane pur sempre difficile e lontana.
Un’ulteriore considerazione, poi, deve essere svolta sulla strana ed equivoca parola "CATIN" che
l’anonimo autore ha formato congiungendo le ultime tre lettere della parola REQUIESCAT con la particella IN.
Non ci sembra proprio possibile accettare che il termine sia stato usato, nel testo funerario, con il senso volutamente
offensivo ("prostituta") che, alcuni ricercatori, hanno creduto, invece, dovervi riconoscere, a loro dire, forti anche
di un’altra traccia, presente nel nome stesso della famiglia "HAUTPOUL" ("alta gallina"), indicativa
della stessa antica professione.
È stato sì chiarito che il termine sarebbe stato usato per indicare che nella tomba era stata sepolta
una persona diversa dalla marchesa de Nègre e, cioè, di quella MARIA MADDALENA riconosciuta dalla Chiesa
Cattolica come la peccatrice redenta dal Cristo; ciononostante rimane pur sempre strano e di molto cattivo gusto che
un sacerdote (se, in questo vi si vuol scorgere l’opera di BIGOU) abbia utilizzato un termine così spregiativo;
al contrario, ciò sarebbe potuto accadere solo da parte di chi, diversamente dall’abate, avesse avuto in animo
di voler offendere la memoria della marchesa.
Sarebbe opportuno, quindi, rivolgere l’attenzione anche agli altri possibili significati della parola "CATIN" che, ad esempio, può indicare anche un:
Nacque il 10.09.1832 a Sigean nell’Aude e visse qui per la maggior parte della sua giovinezza. Il padre,
François - uomo molto intelligente, uno dei primi laureati in Francia - era originario di St. Avold le Moselle
e come poi sia giunto in questa parte della Francia, è una storia molto interessante.
Prima della Rivoluzione Francese, la marchesa de POURPRY, che era figlia di Castagner d’AURIAC una delle famiglie
più ricche della regione, viveva agiatamente con i proventi derivanti dalla selvicoltura e dalle rendite delle
sue vaste proprietà nel Sault, prossime al paese di Counozouls. La marchesa a causa prima della Rivoluzione e,
poi, della successiva restaurazione al trono della famiglia dei Borboni, si vide confiscate tutte le sue proprietà
che la lasciarono senza un soldo. Tutto ciò che le rimase fu la fonderia di Quillan che alla sua morte, nel 1820,
fu ereditata dal nipote, il duca de la Rochefoucauld.
È molto interessante e degno di menzione il fatto che la fonderia fu anche il luogo di lavoro di Pierre
Auguste BOUDET, il padre del futuro abate Henri Boudet.
Il duca, però, non aveva esperienza alcuna di fonderie e così chiese a Stublein di prendere la direzione
dell’azienda. In quello stesso periodo, infatti, François già era alle sue dipendenze come suo
consigliere personale e segretario privato e, quindi, fu mandato nell’Aude, dove assunse il nuovo incarico di "manager".
Solo pochi anni dopo, però, il duca vendette la fonderia a Maréchal Chauzal che, fortunatamente per
Stublein, gli assegnò come liquidazione un buon vitalizio.
François si trasferì, quindi, con la sua giovane moglie, Eglantine, dalla quale ebbe due figli: Emile e
Charles Louis Eugène.
Emile divenne insegnante e visse molto a lungo ad Alet les Bains, mentre Eugène scelse di mettere su famiglia e
sposò la giovane Josephine Lacapelle, proveniente da una famiglia benestante di Quillan, e dal loro matrimonio
nacquero quattro figlie, Eglantine, Corenthine, Arissie e Maria.
Eugène, divenuto anche lui insegnante, ebbe numerosi trasferimenti di lavoro a Issel, Ouveillan, Ladern, Saint
Jean de Paracol, Alzonne, Quillan, Esperaza e, per ultimo, a Nébias. Eugène era molto
rispettato ed apprezzato dalla sua comunità. Musicista-compositore, era pure un ottimo cantante e,
per questo, si esibiva frequentemente nelle scuole, nelle chiese ed ovunque fosse chiamato.
I suoi principali interessi vertevano sulla meteorologia e sull’astronomia, tanto che aveva persino un suo osservatorio e molte delle sue lezioni sul tempo atmosferico sono ancora disponibili oggigiorno. Nel 1884 fu eletto assistente del sindaco di Fa e, l’anno successivo, divenne lui stesso sindaco. Morì il 2.2.1899 e fu sepolto nel cimitero di Sauzils; sette anni dopo morì anche sua moglie che gli fu sepolta accanto.
(1) Elie Tisseyre: Archives Départementales de l’Aude, "Une excursion à Rennes le Château" (25 juin 1905), Bulletin de la Société d’Etudes scientifiques de l’Aude, 1906, vol. 17, pag. 98-103.
(2) Eugène STUBLEIN, "Pierres gravées du Languedoc", 1884, Biblioteca Nazionale Francese, Paris, giugno 1966, con una nota dell’abate Joseph Courtaly di Villarzel du Razès, aprile 1962.
(3) La biografia di Stublein è stata tratta, con il consenso dell’autore, dal sito web di Alan SCOTT (http://www.rennes-discovery.com/).
(4) Elie TISSEYRE, "Excursion du 25 juin 1905 à Rennes le Château", Bulletin de la Société des Etudes Scientifiques de l’Aude, 1906.
(5) Paul SMITH (http://smithpp0.tripod.com/psp/idx.html)
(6) Jean DELAUDE, "Le cercle d’Ulysse", Editions Dyroles, Toulouse, luglio 1977.
(7) Madeleine BLANCASSAL, "Les descendantes mérovingiens ou l’énigme du Razés Wisigoth", Genève, agosto 1965.
(8) Dictionnaire de l’Académie Française, 4ème edition,1762, pag. 820.
Dictionnaire de l’Académie Française, 1st edition,1694, pag. 300: «CY. adv. de lieu qui marque l'endroit, où
est celuy qui parle, ou du moins un lieu qui est proche de luy. Il ne se met jamais au commencement d'un discours que dans les
Epitaphes, où l'on met ordinairement Cy gist &c».
(9) Louis Fédié, "Le Comté de Razès et le Diocèse d’Alet. Notices Historiques", 1880, Carcassonne, Lajoux Freres, Libraires-Editeurs, pag. 120.
(10) www.culture.gouv.fr/public/mistral/palissy_fr? : Tombe di Jean IV de Chalon Arlay principe d’Orange,
Jeanne de Bourbon, principessa di Bourbon, Claude de Chalon, signore d’Arguel, Philiberte de Luxambourg, principessa d’Orange,
contessa de Charny (1531).
www.grandcolombier.com/2003-culture/euzkadi/tombes.html , www.dicocitations.com/resultat.php?id=1571: Epitaffi sulle tombe di
persone famose o meno, di varie epoche, con il «ci git».
(11) www.classicitaliani.it/intro/dancona_vergogna_giuda.htm , perso.orange.fr/police.daniel/Riboul/StMartin.htm
(12) genealogie.gatbois.org/Patras/Senechaux.html , www.ghcaraibe.org/bul/ghc088/p1823.html
(13) www.rail.lu/usinefischbach.html
(14) www.france-pittoresque.com/mots-histoire/14.htm
(15) www.chd.univ-rennes1.fr/DossiersThema/Curiosa/Curiosa.htm
(16) Elie Tisseyre, op. cit. : «Une visite au cimitière nous fait découvrir dans un coin une large dalle, brisée dans son milieu, où on peut lire une inscription gravée très grossierement. Cette dalle mesure 1m30 sur 0m65».
(17) www.renneslechateau.com/francais/daffos2.htm. Interview Frank Daffos (5-2006): «Hélas, ce
n’est pas ainsi que cela marche! J’avais déjà eu une brillante démonstration de la faillite intellectuelle de
beaucoup quant à la fameuse communication de la SESA de 1906 censée nous "révéler" la dalle
mortuaire de la marquise de Blanchefort: tout le monde l’a pris pour argent comptant sans même vérifier toutes les
(fausses) assertions qu’elle contenait. Qui a pris la peine d’enquêter et de vérifier qui était vraiment son
signataire Elie Tisseyre, quels étaient les horaires de train à l’époque, de voir si le déroulement de
la journée était plausible et son trajet était conforme aux lieux décrits, de savoir comment en juin
1905 les excursionnistes de la SESA ont fait pour monter au sommet d’une tour (Magdala) alors que j’ai pu par les factures qui sont
la propriété des Corbu-Captier avoir la confirmation que les planchers n’ont été posés qu’en
octobre 1906, et comment ils auraient pu, du haut de cette tour si tant est qu’ils auraient réussi, malgré leur grand
âge pour certains, à l’escalader, y observer des choses qui sont impossibles à voir puisque occultées par
le pignon nord de la villa Béthanie?».
Frank Daffos, "Rennes le Château, Le secret dérobé", Oeil du Sphinx, maggio 2005.
(18) H. Boudet, P. Plantard de Saint Clair, cur., "La vrai langue celtique et le cromleck de
Rennes-le-Bains", 1978, Paris, Belfond – Prefazione:
Lo Zodiaco di Rennes: «Lo schizzo che accompagna la copia in mio possesso indica la codificazione delle due pietre tombali che
esistevano al cimitero di Rennes le Château prima della pubblicazione del libro Boudet e che davano delle indicazioni
analoghe. La pietra orizzontale menzionava i dodici nascondigli tramite le 14 lettere del nostro motto latino trascritte in lettere
greche: ET IN ARCADIA EGO. La pietra verticale segnava il luogo esatto dove UNO dei dodici nascondigli si trova.»
Il Bastone dell’eremita: «Una lapide fa risalire la morte della marchesa di Blanchefort, ultima castellana du Rennes le
Château alla data del XVII GENNAIO MDCOLXXXI e questo deliberato errore può indurre in confusione. La marchesa è
morta nel 1781 e si è sostituita alla C una O (zero) che non esiste nelle cifre romane. È evidente che bisogna saltare
la "O" per leggere 1681 o servirsene come perno di rotazione, il che dà 1891. All'epoca della pubblicazione del
libro, nel 1886, questa stele funeraria già esisteva, e l'abate Boudet la decodifica. Utilizza anche la data di edizione del
suo lavoro per avere 1886 ells, che moltiplicati per 2,60 mt, dà circa 4900 metri: la distanzia in linea d'aria dal tiglio
del cimitero di Rennes-le-Bains alla vecchia croce di pietra dedicata a Santa Maria Maddalena a Rennes-le-Château. Nel 1891
la Tour Magdala ancora non esisteva ed al suo posto "la croce" dominava ancora la valle dalla punta della roccia. In
seguito le due lastre della marchesa furono cancellate dall'abate Saunière su ordine dell'abate Boudet.»
(19) René Descadeillas, "Rennes et ses derniers seigneurs", 1964, pag. 70: «On pouvait voir ancore au cimitière de Rennes, il y a une soixantaine d’années, la dalle portant l’épitaphe de Marie d’Ablès. La rusticité de l’écriture, les fautes qui dénaturaient l’inscription avaient surpris le curieux.»
(20) Abbé Bruno de Monts, "Les cahiers de Rennes le Château. Archives, documents Etudes", 1997, Belisane, vol. 3, pag. 34: «Elle vécut seule avec une seule femme de chambre et un domestique dan ce vieux manoir seigneurial, qui tombait de jour en jour en ruine, occupant les seules pièces habitables, dans la partie de la facade du midi, avec sa tour carrée et une autre tour ronde.»
(21) Pierre Jarnac, "Histoire du Tresor de Rennes le Château", 1984, Association pour le développement de la lecture, pagg. 114-131.
(22) Abbé Bruno de Monts, "Les cahiers de Rennes le Château. Archives, documents Etudes", 1997, Belisane, vol. 2, pagg. 1-19; vol. 3, pag. 33.
(23) Jean Joseph Ange d’Hautpoul-Felines(1754–1807), generale dell’esercito sotto Napoleone, senatore del Regno. Paul Louis Joseph d’Hautpoul (1764–1849), vescovo di Cahors. Marie Constant Fidele Henri Amand marchese d’Hautpoul (1780-1853), paggio di Luigi XVI, istitutore del figlio di Enrico duca di Chambord, pretendente al trono francese. Alphonse Henri conte d’Hautpoul (1789-1865), Primo Ministro di Francia.
(24) img318.imageshack.us/img318/1685/croixcatinpace0sp.jpg : il troncamento "catin" è su una lapide a forma di grande croce.
(25) Laura Bertolaccini, "Sepolture individuali e tombe di famiglia. Immagini e simboli della morte; I servizi funerari", n.1, Rimini, gen-mar 2001, pagg. 57-61: «Chiamata, ancora nel diciassettesimo secolo, chapelle o représentation, perché circondata da lumi come l’altare della cappella di una chiesa e sormontata da una statua che ricorda l’usanza medievale di esporre il cadavere alla vista dei fedeli, con la tomba-cappella già all’interno della chiesa si delinea un po’ alla volta l’uso secondo cui lo spazio dei morti è la parte sotterranea dello spazio dove i vivi si riuniscono per pregare.»
(26) M. de Saint-Allais ed altri, "Nobiliaire Universel de France ou Recueil général des genéalogies historiques des maison nobles de ce royaume", Paris, Libairie Bachelin-Deflorenne, 1873, tome second, prèmiere partie, pagg. 74-77.
(27) M. Bizzarri, F. Scurria, "Sulle tracce del Graal", Roma, Edizioni Mediterranee, 1996, La sinistra stirpe degli Hautpoul, pagg. 142-153.
(28) J. Th. Lasserre, "Histoire du pélerinage de Notre-Dame de Marceille, près Limoux-sur-Aude", Limoux, J.M. Talamas, 1891, pag. 41.
(30) www.renne-le-chateau.com/document/documen1.html#ancre11 . Documents René Descadeillas - Alain Feral
(31) Pierre Jarnac, "Histoire du Tresor de Rennes le Château", 1984, Association pour le développement de la lecture, pagg. 112.
(32) Franck Marie, "Rennes le Château, Étude critique", Dammarie les lys, S.E.L.I.S., 1978, titolo 1, pag. 27.
(33) Notizia proveniente da una recente segnalazione di Paul Sassez a Mariano Tomatis e da un libro di Monteils. Sono in corso ricerche al riguardo.
(34) Mariano Bizzarri, "Rennes le Château, dal Vangelo perduto dei Cainiti alle sette segrete", Roma, Edizioni Mediterranee, 2005, pagg. 46-50.
(35) www.renneslechateau.com/francais/histoire.htm
(36) Pierre Jarnac, "Les archives de Rennes le Château", 1987, pagg. 369-378: Recherches de Monsieur l’ingenieur en chef Cros entreprises dans la Haute Vallée dell’Aude, surtout durant les années 1922 à 1943. Essai de reconstitution de l’inscription de la dalle tombale de la Dame de Blanchefort.
(37) Pierre Jarnac, "Histoire du Tresor de Rennes le Château", 1984, Association pour le développement de la lecture, pagg. 261.
(38) Comunicazione di Paul Sassez a Mariano Tomatis: «Je pense pour ma part que les 3 pages en question proviennent de la machine à écrire de Noël CORBU. Il aurait ainsi reproduit et commenté les pages ronéotypées distribuées par la belle-soeur de CROS. On y discerne le même défaut de frappe du "A" majuscule que dans la retranscription de son enregistrement sonore "Histoire de RLC" déposé aux ADA, et dont Jarnac donne d'ailleurs une reproduction partielle à la page 485 des Archives...»
(39) Bill Putnam, John Edwin Wood, "Il tesoro scomparso di Rennes le Château. Un mistero risolto, dal Tempio di Gerusalemme ai Cavalieri Templari", Roma, 2004, Newton & Compton editori srl, pag. 93 e seguenti: «Nel 1977 il Museo di Rennes le Château esponeva in bella mostra un opuscolo intitolato "Ricerca del signor ingegnere capo Cros". Il lavoro veniva attribuito a Noel Corbu, cosa del tutto probabile, constatata la grafia usata lungo il testo per riportare il nome di Béranger Saunières, tipica proprio dell’idiosincrasia che Corbu aveva sempre avuto nei confronti dell’esatto nome del curato. Saul e Glaholm includono questo libricino nella loro biografia su Rennes le Château (in nota 16: J.M. Saul – A.J. Glaholm, Rennes le Chateau, A Bibliography, London, Mercurius Press, 1985) datandolo al 1964. Riferimento plausibile perché sarebbe stato scritto da Corbu dopo la sua Histoire de Rennes le Chateau del 1962 e prima della sua partenza dal villaggio, avvenuta nel 1965. Corbu si guarda bene dal dichiarare dove ha attinto le informazioni che compaiono nel testo. Difficile le abbia ricevute da Cros, morto a Parigi ad 84 anni nel 1946, lo stesso anno in cui Corbu andava a vivere a villa Bethania e parecchi anni prima che incominciasse a divulgare la vicenda Saunière e del tesoro per pubblicizzare il suo Hotel della Torre. In compenso, Corbu afferma che "quando verso la fine della sua vita, Cros si era stabilito definitivamente a Parigi, aveva consegnato gli oggetti raccolti durante le sue indagini e i suoi appunti scritti alla famiglia o forse – cosa da non escludere – li aveva depositati presso gli uffici di una società. ..". Al contrario, il libricino di Corbu in cui si parla dell’attività di ricerca di Cros, alla Dalle de Coume Sourde viene data parecchia importanza. Scrive Corbu, riportando la convinzione di Cros "Per poter trovare un senso al messaggio della pietra tombale di Blanchefort e per comprendere la solerzia con cui Saunière ne aveva cancellato l’iscrizione, non si può fare a meno di considerare la Dalle della Coume Sourde, scoperta proprio da Cros nel 1928 … Era nascosta nella frattura di una roccia. Il posto in cui giaceva era indicato in modo sottile e discreto da una freccia ed una croce di Malta incise nella nicchia della roccia.".»
(40) www.octonovo.org/RLC/Fr/biblio/div/Cholet.htm
(41) www.renneslechateau.com/francais/rapport-cholet.htm
(42) Frank Marie, "Rennes le Château, Étude critique", Dammarie-les-Lys, 1978,
S.E.L.I.S.
A pag. 30 una notizia preziosa sulla disponibilità delle carte rimanenti di Cros che, quindi, non sono tutte scomparse!:
«Ses cartes et ses études sur le Haut-Razès restèrent entre les mains d’Octavie Lassave, sa belle-soeur.
Sa gouvernant Emilienne Guende qui, après bien des vicissitudes s’occupa de l’Hostellerie du Monastère de Prouille,
possède, elle aussi, des études et documents de M. Cross (sic!) sur Ginolles et autres lieux des environs.»
Mario Arturo Iannaccone, "Rennes les Château una decifrazione, La genesi occulta del mito", Milano, 2004, SUGARCO
Edizioni. A pag. 99, figura 19. Se non si tratta di un errore, la notizia che una minuta in copia del lavoro di Cros era già
disponibile in "Pierre gravées de Languedoc" darebbe una conferma della disinformazione fatta dai soliti noti
personaggi: «La Dalle della Coume Sorde, un altro dei misteriosi documenti al centro di elaborate teorie. Sarebbe stata
trovata attorno al 1928 vicino al monte Coume Sorde, presso Rennes les Bains, per poi sparire per sempre. La sua iscrizione
alluderebbe al meridiano di Francia e ai Templari (per le croci patenti). Come le pergamene e le altre pietre essa per decenni non
fu mai vista dai ricercatori, e la sua esistenza non poté mai essere provata. Compariva in una "minuta"
dell’ingegner Cros, disponibile però soltanto in "copia" nell’apocrifo "Pierre gravées de Languedoc".
Poi nel 1970 ne fu fatto rinvenire un esemplare (?) nei pressi di Rennes, a Valdieu.».
Jean Luc Noziere – articolo su "Le Cahiers de Rennes le Chateau", Archives Documents Etudes, Cazilhac, 1997, Belisane,
vol. II. A pag. 74 l’articolo riporta la comunicazione dell’autore del 4 agosto 1984 che afferma l’esistenza dei documenti di Cros
sulla dalle di Coume-Sourde: «… Nous possedons en effet, au cercle St Dagobert II des notes venant d’archives privées,
extraites d’un manoscrit intitulé: "Recherches de Monsieur l’ingénieur en chef Ernest Cros, entreprises dans la
haute vallée de l’Aude, sourtout durant les années 1920-1923" relatant notemment la découverte de la dalle
de la Coume-Sourde. L’interprétation qu’en donne l’ingénieur (voir ci-dessous), come celle des dalles "Marie.."
et "Reddis" est tellement irréaliste ... qu’elle nous apparait comme un présomption d’authenticité
pour l’ensemble des notes. ... Toutefois cette pierre gravée d’en seul coté "assez mal taillée laissant
deviner la précipitation" possède un graphisme différent da celle publiée par G. de Sède
dans "L’Or de Rennes" et largement diffuse par la suite. ... Actuellement, je ne puis vous communiquer copie des
reléves d’E. Cros, car il font l’objet d’une étude au sein du cercle, par un groupe de chercheurs qui envisagent un
sejour d’étude sur place très prochenement. Quoiqu’il en soit, on peut conclure en pensant que les notes de
l’ingénieur existent réellement et qu’elles ne sont pas perdues pour tout le monde. Et cela pose le problème
plus général de l’occultation des documents relatifs à cette affaire. Etes-vous certain qu’il faille tout
dévoiler? Nous ne le croyon pas!.«.
Patrick Mensior, "L’extraordinarie secret des pretes de Rennes les Chateau", CORPS, 2001, Plein Soleil, Editions Les 3
Spirales. A pag. 145: «Dans le relevé d’Ernest Cros, son verso est vierge de tout signe. Pour certains, l’exacte texte
gravé, ancore visible ver 1960, serait une des clés du mystère. Hélas, la gravure fut effacé et
la pierre descellée. Selon un témoignage sérieux, un chercheur des premières heures l’aurait
photographiée avant sa disparition.