A questo punto è possibile trarre delle conclusioni ed una prima
deduzione certa da quanto sin qui esposto: l'epitaffio sulla lapide
verticale era conosciuto perlomeno dal 1905 e, molto probabilmente era
una copia fedele dell'originale: Saunière, infatti, nel 1895, aveva
già tolto la vecchia lapide, per motivi sconosciuti, durante la sua
insolita attività notturna ed i lavori che aveva fatto eseguire nel
cimitero.
Certo è che, al di là della motivazione apparente della ricerca di nuovi
spazi e dei lavori necessari al cimitero, quando il curato di Rennes
le Chateau capì che l'epitaffio nascondeva informazioni preziose per
ritrovare qualcosa che molto gli interessava, fece altrettanto presto
a disfarsi della lapide sottraendola agli occhi indiscreti dei curiosi
e dei ricercatori. Stretto, però, dalle pressanti richieste dei discendenti
della marchesa d'Hautpoul dovette, a malincuore, subito restituire alla
tomba una copia della lapide, quella stessa che poi fu vista e citata
di Tisseyre, per la cui distruzione Saunière dovette ben ricompensare
gli eredi della nobile de Nègre.
L'analisi letteraria del testo dell'epitaffio
Prima di addentrarci nell'esame della procedura utilizzata per la
costruzione del complesso sistema crittografico necessario a nascondere
il messaggio segreto che, comunque, è un laborioso anagramma del testo
sopracitato, è necessario fare alcune precisazioni sulle due lapidi,
e sul relativo contenuto dei testi, poste sulla tomba della marchesa
de Nègre nel cimitero attiguo alla chiesa di Santa Maria Maddena.
La lapide riprodotta nel disegno di Tisseyre, infatti, non è mai stata
materialmente trovata e, quindi, non è facile poter verificare se, quella
da lui vista nel cimitero, fosse stata l'originale od una copia. A parte
tale mancanza, a favore dell'ipotesi dell'antichità del manufatto sembra
militare solo il testo dell'epitaffio che contiene espressioni tipiche
- come l'iniziale «ci git» - della lingua francese antica, rispetto
a quella più moderna «ici repose» che troviamo, invece, sulla tomba
dell'abate Jean Viè (1872), di Boudet (1915) e di suo fratello (1907)
ed anche di Saunière (1917).
Le due brevi parole all'inizio della frase traducono la formula latina
«hic jacet» – qui giace - ed erano specificamente utilizzate per principiare
gli epitaffi sulla maggior parte delle tombe; «cy» traduce l'avverbio
di luogo latino «hic»; «git» proviene dal verbo «gésir»
[8].
Un bell'esempio dell'epitaffio, diremmo standard, era già stato pubblicato
dal Fédié nel suo famoso libro sulla Contea del Razès e riguardava la
tomba di un personaggio dell'epoca, il marchese de Rébé marito di Jeanne
d'Albret, che aveva abitato il castello di Cuisan dopo che la signoria
era stata tolta al potente duca di Guisa, personaggio inviso a Richelieu
per aver fatto parte della Fronda, partito avverso al re Luigi XIV,
che l'aveva esiliato con tutta la sua famiglia in Italia
[9]:
CI GIT
(DA)ME.IANE
(D')ALBRET.FEME
(DE) MESSIRE.CL.
(AU) DE.DE.RE
(BE). VERGES
( ) ELLE
(DECE)DA.LE
(OC)TOBRE
(A)NNEE
1656
La formula iniziale nell'epitaffio è, comunque, attestata in tutti i cimiteri francesi, anche se con grafie diverse: da quelle più antiche «cy gis», «cy gist» come, ad esempio, in questa:
CY GIS IOVANNES
DE SVIGARAICHIPI
DIT CROISIC CAPIT
AINE DE FREGATE
DU ROY
I 6 9 4
LENVIEUX POUR
L'HONNEUR DE MON
PRINCE IALLOIS NE
SVIVANT SA CARRIERE
ATTAQVER LES ENNE
MIS EN LEVR MESME
... DM



