ULTIMO AGGIORNAMENTO: 31/01/2005
Tra i maggiori codici latini più antichi (P66, SINAITICO od ALEPH, VATICANO o B, ALESSANDRINO od A, EFREM o C, SINOPENSIS) è quello di redazione più recente perché la critica lo data al primo quarto del V e non oltre il VI secolo. (1)
La sua caratteristica principale è data dal fatto di essere bilingue con testo a fronte: sul "lato d'onore",
quello sinistro, c'è il testo greco dal quale segue la traduzione latina. Lo scrivano, però, durante la
copiatura del testo doveva averne sotto gli occhi uno antico, più antico dei manoscritti del IV secolo (cd. "grandi
onciali"), più antico ancora dei papiri della famosa collezione BODMER che risalgono alla fine del II od agli
inizi del III secolo.
Infatti, la calligrafia del testo greco è un po' esitante rispetto a quella latina, più fluente, e, quindi,
se ne deve dedurre che non era quella praticata abitualmente dallo scriba. Inoltre il greco utilizzato rispetta una
fonetica antica, assai prossima a quella in auge nel corso del I secolo, non più utilizzata all'epoca della
copiatura del manoscritto, e conserva la primitiva ortografia, segnali tutti del massimo rispetto del testo originale.
Se, dunque, la redazione del manoscritto non può essere anteriore al V secolo, di contro il testo greco da cui è stato copiato è antico, anzi antichissimo, soprattutto per ciò che concerne il vangelo di Luca, probabilmente il più antico di tutti quelli riportati nel codice. (2)
Molto si è discusso sulla sua provenienza e la sua origine: Egitto, Roma, sud Italia, Sicilia, Sardegna e nord Africa sono stati invocate, e quest'ultima provenienza è quella che, in passato, ha avuto maggior credito. Peraltro, il codice deve il suo nome per essere appartenuto al riformatore religioso calvinista del XVI secolo, discepolo prediletto e successore di CALVINO, TEODORO DI BEZA, noto anche per essere collezionista di codici antichi, che ne fece dono, nel 1581, all'università di Cambridge.
Scarse sono le notizie storiche anteriori al possesso del manoscritto da parte di Teodoro. L'esame paleografico del
testo ha permesso di evidenziare alcune caratteristiche della sua redazione. Molte pagine devono essere state riscritte
nel tempo; infatti la composizione dell'inchiostro nero in quelle parti è identico a quello di un manoscritto
preparato nello "scriptorium" di FLORO DIACONO, vescovo di Lione, attivo nel IX secolo. Alcuni versetti del
testo latino si ritrovano, con le stesse identiche particolarità, nelle citazioni del Martirologio di ADO composto,
sempre a Lione, verso la metà del IX secolo.
Da quanto è stato rilevato in alcune fonti storiche sembra che il codice fosse conosciuto sin dalla fine del II
secolo, al tempo di SAN GIUSTINO e di SANT'IRENEO; infatti, il nome del vescovo martire a Lione è rimasto attaccato
a questo testo non solo per il luogo di produzione (la valle del Rodano) e di conservazione (chiesa dedicata al santo) ma
anche per le citazioni dal codice delle quali è disseminata la sua più famosa opera (Contra Haereses).
Proprio per il fatto che il manoscritto era la copia di un più antico testo greco, non è improbabile che,
Ireneo, discepolo del vescovo POLICARPO - successore dell'APOSTOLO GIOVANNI - originario di Smirne ed arrivato a Lione
negli anni intorno al 170 d.C., abbia portato con sé l'originale greco, poi riversato nel codice Beza. Nel IX
secolo, Christian DRUTHMAR, nativo dell'Aquitania e monaco a Corbie (Corvey) ne attesta l'appartenenza a SANT'ILARIO
(315-367 d.C.), vescovo di Poitiers. (3)




