Codex Bezae
Tra i maggiori codici latini più antichi (P66, SINAITICO od ALEPH, VATICANO o B, ALESSANDRINO od A, EFREM o C, SINOPENSIS) è quello di redazione più recente perché la critica lo data al primo quarto del V e non oltre il VI secolo. [1]
La sua caratteristica principale è data dal fatto di essere
bilingue con testo a fronte: sul "lato d'onore", quello sinistro,
c'è il testo greco dal quale segue la traduzione latina. Lo scrivano,
però, durante la copiatura del testo doveva averne sotto gli occhi uno
antico, più antico dei manoscritti del IV secolo (cd. "grandi onciali"),
più antico ancora dei papiri della famosa collezione BODMER che risalgono
alla fine del II od agli inizi del III secolo.
Infatti, la calligrafia del testo greco è un po' esitante rispetto a
quella latina, più fluente, e, quindi, se ne deve dedurre che non era
quella praticata abitualmente dallo scriba. Inoltre il greco utilizzato
rispetta una fonetica antica, assai prossima a quella in auge nel corso
del I secolo, non più utilizzata all'epoca della copiatura del manoscritto,
e conserva la primitiva ortografia, segnali tutti del massimo rispetto
del testo originale.
Se, dunque, la redazione del manoscritto non può essere anteriore al V secolo, di contro il testo greco da cui è stato copiato è antico, anzi antichissimo, soprattutto per ciò che concerne il vangelo di Luca, probabilmente il più antico di tutti quelli riportati nel codice. [2]
Molto si è discusso sulla sua provenienza e la sua origine: Egitto, Roma, sud Italia, Sicilia, Sardegna e nord Africa sono stati invocate, e quest'ultima provenienza è quella che, in passato, ha avuto maggior credito. Peraltro, il codice deve il suo nome per essere appartenuto al riformatore religioso calvinista del XVI secolo, discepolo prediletto e successore di CALVINO, TEODORO DI BEZA, noto anche per essere collezionista di codici antichi, che ne fece dono, nel 1581, all'università di Cambridge.
Scarse sono le notizie storiche anteriori al possesso del manoscritto
da parte di Teodoro. L'esame paleografico del testo ha permesso di evidenziare
alcune caratteristiche della sua redazione. Molte pagine devono essere
state riscritte nel tempo; infatti la composizione dell'inchiostro nero
in quelle parti è identico a quello di un manoscritto preparato nello
"scriptorium" di FLORO DIACONO, vescovo di Lione, attivo
nel IX secolo. Alcuni versetti del testo latino si ritrovano, con le
stesse identiche particolarità, nelle citazioni del Martirologio di
ADO composto, sempre a Lione, verso la metà del IX secolo.
Da quanto è stato rilevato in alcune fonti storiche sembra che il codice
fosse conosciuto sin dalla fine del II secolo, al tempo di SAN GIUSTINO
e di SANT'IRENEO; infatti, il nome del vescovo martire a Lione è rimasto
attaccato a questo testo non solo per il luogo di produzione (la valle
del Rodano) e di conservazione (chiesa dedicata al santo) ma anche per
le citazioni dal codice delle quali è disseminata la sua più famosa
opera (Contra Haereses). Proprio per il fatto che il manoscritto era
la copia di un più antico testo greco, non è improbabile che, Ireneo,
discepolo del vescovo POLICARPO - successore dell'APOSTOLO GIOVANNI
- originario di Smirne ed arrivato a Lione negli anni intorno al 170
d.C., abbia portato con sé l'originale greco, poi riversato nel codice
Beza. Nel IX secolo, Christian DRUTHMAR, nativo dell'Aquitania e monaco
a Corbie (Corvey) ne attesta l'appartenenza a SANT'ILARIO (315-367 d.C.),
vescovo di Poitiers. [3]
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